giovedì 12 luglio 2007

I ciechi provano vergogna per la loro nudità?



«Erano nudi e non si vergognavano» (Genesi 2,25)

Qual è lo statuto ontologico della vergogna? Perché Adamo ed Eva prima del peccato originale non provavano vergogna per la loro nudità? La vergogna ha a che fare con il corpo o con lo spirito?
Cercherò di rispondere a queste domande facendo riferimento a due autori che pongono il tema della vergogna in due domini separati, da una parte Agostino e il tema della vergogna come conseguenza del peccato originale, e dall’altra Sartre con il tema della vergogna e il problema dell’esistenza d’altri, da una parte lo spirito e il dominio della morale (Agostino) e dall’altra il corpo e il dominio fenomenico (Sartre).

Nel capitolo 17 del Quattordicesimo libro del De civitate Dei, Agostino si interroga sul tema della libidine come conseguenza del peccato originale in relazione al pudore. La domanda che muove questo capitolo è cioè: “Perché Adamo ed Eva incominciarono a provare pudore per la loro nudità?”
La Genesi ci dice che Adamo ed Eva prima del peccato erano nudi senza vergognarsi di ciò. Secondo Agostino l’assenza di pudore nello stato edenico era garantito non dal fatto che la nudità fosse a loro sconosciuta, ma perché la libidine non stimolava ancora gli organi genitali. Sappiamo che prima del peccato originale Adamo ed Eva godevano dello stato di rettitudine e cioè di giustizia originale che consisteva nella sottomissione della ragione a Dio, delle facoltà inferiori alla ragione e del dominio del corpo da parte dell’anima. La rettitudine si caratterizzava in rapporti di subordinazione. Tutto era finalizzato e orientato alla contemplazione di Dio garantita dalla componente razionale dominante su tutte le altre facoltà umane. In questo consisteva la perfezione di Adamo, in questo consisteva la sua giustizia. La giustizia era fondata su un rapporto interno al soggetto-Adamo fondato da rapporti di sottomissione finalizzati alla contemplazione del fine ultimo Dio. A seguito del peccato Adamo ed Eva perdono la giustizia originale e sperimentano la disubbidienza. Si tratta di una disubbidienza interiore che rompe il rapporto di identità tra volere, dovere ed essere ma anche i rapporti di subordinazione che garantivano la perfezione originale adamitica: la ragione non dominerà più le facoltà inferiori, il corpo non sarà più dominato dalla ragione e l’anima non contemplerà più perfettamente Dio. Il corpo diventa carnale nella carne, è un corpo erotico, concupiscente che ha bisogno di essere coperto. Subito dopo aver peccato Adamo ed Eva infatti si accorgono di essere nudi e “intrecciano foglie di fico e se ne fecero cinture”, l’aprire gli occhi di cui si fa menzione nella Genesi non è un risveglio oculare, è il risveglio della libido. Libido viene da Libet e indica un piacere sfrenato, incontrollabile. La libidine è appunto il sintomo più eclatante dell’inordatio dovuta alla colpa adamitica. I genitali si muovono ora senza volontà, la volontà non governa più niente.
La vergogna per Agostino nasce dalla libidine e la libidine è conseguenza della disubbidienze, colpa e pena dei primi due uomini. La vergogna ha a che fare con lo spirito, con uno spirito che non riesce più a controllare la carne. La vergogna diventa dunque un fatto morale. Se Adamo ed Eva non avessero peccato avrebbero continuato a vivere nudi e senza vergogna, perché il loro corpo continuerebbe ad essere spirituale.
Ma se la vergogna è sintomo della libidine questo significa due cose:

Più una persona prova pudore e più sente la libidine. In questo senso la persona pudica è la persona più lussuriosa, perché sente maggiormente la carnalità del suo corpo. Il pudore è quindi la veste della carnalità, è la cintura che costringe la libidine a non sfuggire di controllo. La pudicizia è maschera della concupiscenza.
La vergogna non è un fatto oculare, non ha nulla a che fare con la vista e con lo sguardo altrui, pertanto anche un cieco può provare vergogna per la sua nudità.

Ma davvero un cieco prova vergogna per la sua nudità?
Secondo Sarte la vergogna è innanzitutto coscienza di qualcosa. Questo qualcosa sono io. Io ho vergogna del mio essere perché scopro qualcosa del mio essere che prima mi sfuggiva. Ma la coscienza della vergogna non è autocoscienza per Sartre, non è riflessiva. Non è la coscienza di me per me, ma è la coscienza posizionale di me verso un altro. Io mi vergogno di fronte a qualcuno.

«(…) la vergogna nella sua struttura prima è vergogna di fronte a qualcuno» (Sartre, L’essere e il nulla)

Sono in macchina, il semaforo è rosso e nell’attesa mi metto le dita nel naso. Mi giro e scopro che l’automobilista che mi sta di fianco mi ha visto. Subito realizzo la volgarità del mio gesto e provo vergogna.
La vergogna è quindi la coscienza di me di come appaio all’altro, per questo Sartre ne parla proprio nel capitolo dedicato al problema dell’alter ego. Mi vergogna perché sono visto, perché sono oggetto dello sguardo altrui. In questo senso la vergogna è riconoscimento: riconosco di essere come altri mi vede. Da soggetto della visione divento oggetto dello sguardo, è l’oggettivazione della soggettività che si pone nell’essere nel campo visivo altrui. Due conseguenze:

Non posso provare vergogna senza l’altro, non esiste cioè una vergogna in solitudine.
La vergogna è un fatto fenomenico e cioè di apparizione visivo all’altro. In questo senso sono due le condizioni della vergogna: l’altro e lo sguardo. Un cieco quindi non può provare vergogna per la sua nudità non in quanto sfugge allo sguardo altrui (il cieco non mi vede ma io lo posso vedere) ma in quanto non può riconoscere di essere visto. Fisso un cieco, il cieco diventa oggetto del mio sguardo ma che cosa sente il cieco? Continuerà ad essere soggetto autonomo. Il cieco è soggetto assoluto in quanto è svincolato dalla possibilità di riconoscere di essere veduto.

Eccoci quindi arrivati alla conclusione di questa riflessione. Per Agostino d’Ipponia la vergogna è un fatto morale dovuto alla perdita della rettitudine da parte del peccato di Adamo ed Eva. La perdita della giustizia originale ha comportato la disubbidienza interiore e il corpo diventa carnale nella carne sperimentando la libidine. La consapevolezza della carnalità spinge l’uomo al pudore e la vergogna si costituisce per tanto come riconoscimento della libidine genitale.
Per Sartre invece la vergogna è un fatto fenomenico dovuto al riconoscimento di essere come altri mi vede. Non un fatto morale, ma un fatto di visione. Il riconoscimento della vergogna non è più riconoscimento genitale ma visivo e il dominio della vergogna si sposta dalla morale al problema fenomenologico dell’altro.
Nell’ambito morale anche il cieco prova vergogna perché riconosce comunque la concupiscenza del suo corpo. Nell’ambito fenomenologico il cieco non può provare vergogna perché non riesce a riconoscere lo sguardo fisso su di sé. Ma chi ha ragione, Agostino o Sartre?

3 commenti:

Anonimo ha detto...

finalmente qualcosa che capisco...
Tu sarai cieco ma gli altri ti vedono... tralalltro dovresti essere ceco per non vedere quanto sei orripilante... vergognati!!!

Lucherino Riporto ha detto...

Ceco? Nel senso di boemo? Dunque una persona capisce di essere bella e brutta in relazione al fatto che sia boema oppure no? Mmm, è un ipotesi interessante. Dunque poichè non sono "ceco" non sono in grado di capire quanto sia "orripilante"? Non me ne vergogno, non sono molto pudico, infatti sono poco lussurioso, al contrario del commentatore...

Anonimo ha detto...

poco lussurioso? se se ... ma non eri quello che che se stava a imparà a mmemoria tutti i sonettazzi dello Aretino Pietro (che non è Bembo..nè Orzobimbo..) ah burino ma nun facce rideè...