
Un giorno qualunque nel solito bar eletto a ritrovo ufficiale dalla nostra cerchia di studenti di filosofia dopo le lezioni.
“…ma poi devi sentire come motivano la loro posizione questi vegetariani, che gli animali hanno l’anima…”
Questo è Daniele che sta’ di fronte a me con il suo naso aquilino monumentale mentre spiega, tra gli insulti che fioriscono abbondantemente ai bordi del suo discorso, che alla lezione di bioetica si era parlato di vegetarianismo.
“Ma è proprio degli esseri superiori mangiare la carne.
Ma hai visto come sono messi questi vegetariani?
Una tristezza!
Sono malati, non si reggono in piedi, fanno fatica a vivere.
E per forza, a forza di mangiare le verdurine.
Mai una fetta di arrosto, una cotoletta…”
“Ma le uova e il formaggio almeno possono mangiarli?” chiede Francesco di fianco a me, mentre il suo alito rischia di uccidermi.
“Ma non lo so, perché i vegetariani puri hanno una serie di divieti tutti strani…”
Il Luca che non parla mai, ma se ne sta’ minuto minuto nel suo angolino ad ascoltare tutto con attenzione interviene dicendo qualcosa di intelligente, ma non mi ricordo cosa, forse proprio perché era troppo intelligente.
Ma Daniele non si lascia intimorire e continua, tutto preso dal suo turpiloquio ormai tutto privato, come in estasi: “Ecco, la radice noumenica della realtà non è lo Spirito come diceva Hegel, ma è la Trippa.
La Trippa” (leccandosi i baffetti) “la Trippa è la vera radice della realtà.
Infatti è esterna ed interna allo stesso tempo.
È esterna in quanto piatto da mangiare ed è interna in quanto apparato digerente che elabora tale cibo.
Nel momento in cui la mangi la trippa per-sé diventa trippa in-sé, dunque si può dire che la stessa sostanza che unisce soggetto ed oggetto, quindi la realtà nella sua totalità assoluta è la Trippa Assoluta che è immanente e trascendente nello stesso momento.
Ma ci pensi, tutta la vita senza trippa….”
E così di seguito.
Mentre il suo vaniloquio si va spegnendo arriva la cameriera del bar, una biondina niente male (anche se non dovrei dirlo e nonostante abbia i suoi anni), che ci riconosce e ci saluta prendendo le ordinazioni.
Dal momento che sono abitudinario da fare schifo, godo di un piacere perverso del fatto che si vada nello stesso bar dove ormai ci conoscono così bene che possiamo ordinare “il solito” come nei film, una cosa che mi ha sempre emozionato tantissimo.
Tranne per il fatto che Elisa deve sempre rompere questo incantesimo ordinando l’impossibile.
Eccola a dimenarsi sul menù del bar che per lei è enorme (sarà alta un metro e quaranta).
Gesticolando ed agitandosi in modo tale da allarmare la placida calma di Francesco, che, di fianco a me, comincia a grattarsi il barbone creando in poco tempo uno strato di forfora che assomiglia ad un piccolo monte innevato, anche se, vedendo come lo guarda Daniele, credo che a lui ricordi di più un pugno di parmigiano grattugiato.
Ad ogni modo, dopo aver seminato lo scompiglio e la disperazione in mezzo a noi quattro prevedibilissimi ed abitudinari, rovinandomi tra l’altro la mia scena da film “il solito, grazie” (con voce da duro) facendomi sentire tutto l’attrito tra come il mondo dovrebbe essere ed invece come tristemente è, si decide ad ordinare una cioccolata calda con una fetta di torta.
Poi, soddisfatta di avere attirato la nostra attenzione su di lei (sai che emozione) incomincia a blaterare qualcosa sul fatto che il suo ragazzo rubava i motorini.
“Eh si, ma che vuoi farci è colpa dell’ambiente che frequenti.
E anche del DNA.”
E qui salta fuori in Daniele che esclama con forza:
“Ma guarda che il DNA non esiste.
Possiamo dire che è una questione di indole.”
“Come non esiste” sbotta lei, profondendosi in esclamazioni gutturali, mentre cominciano a prepararsi strilli da bertuccia.
“Ma non puoi dire che non esiste!” (urlando).
Al che interviene la voce cavernosa di Francesco, con fortissimo accento bresciano: “Ma sì, è una convenzione, come i meridiani e i paralleli”.
“Ma i meridiani ed i paralleli non esistono.” dice Daniele “Io non ci credo”.
Di rimbalzo Francesco che con il barbone, la scarsissima igiene personale e l’accento terribile sembra sempre più un cavernicolo svegliatosi dopo un lungo letargo: “ Vabbè, non è che non esistono.” (dopo qualche suono gutturale di approvazione per la sua stessa frase e un paio di schiocchi di labbra per ordinare i pensieri e la faticosissima impresa si esprimerli vocalmente)
“ Non è che se non ci credi non ci sono… cioè”
Ma rimane a metà della frase accorgendosi della fatica titanica che per lui richiede la formulazione e l’ordinamento dei pensieri e soprattutto la loro vocalizzazione.
Non ho mai capito se questo fenomeno, del lasciare costantemente le frasi a metà, sia causato da una difficoltà nel mettere le mani nella materia aggrovigliata dei suoi pensieri (che se ha qualcosa a che fare con lo stato in cui si trova il luogo in cui vive è irrecuperabile) o l’incapacità di emettere suoni articolati in grado di esprimere tali pensieri, incapacità aggravata probabilmente dal fatto di portarsi dietro secoli e secoli di antenati costretti ad esprimersi con i quattro suoni animaleschi della lingua camuna, con il conseguente atrofizzarsi delle capacità vocaliche e linguistiche.
Ma a questo punto insiste Elisa: “ Ma ragazzi, non potete fare finta che la scienza non esista, non è che se voi fate finta che le cose non esistano queste non esistono davvero.
Il mondo va avanti.
Sono l’ambiente ed i DNA a causare le azioni dell’individuo.”
“Si, ma ad esempio mio fratello che ha il mio stesso DNA e vive con me è uno stronzo.” ribatte Daniele
“Ma comunque tu e tuo fratello non avete una vita proprio uguale.
Per quanto simile, ognuno vive in un ambiente diverso, fa esperienze differenti.
E comunque il DNA è una realtà, punto e basta.
Cavolo, è nelle molecole, esiste.
Cioè.”
Ed accompagna il discorso con dei gesti delle sue manine malefiche coperte letteralmente di braccialettini che tintinnano ad ogni movimento, rumore che ha la capacità di far infuriare Daniele in maniera incontenibile.
Ha un’espressione come a dire “siete tutti pazzi, non vi rendete conto della stupidità delle cose che state dicendo, è evidente”.
E ripete sconclusionatamente “le molecole…”.
Sto’ per esplodere in un vero e proprio turpiloquio con l’intenzione di distruggere le sue adorate certezze da talk show, ma Daniele mi precede:
“Non credo nei meridiani e nei paralleli, nel DNA, nelle molecole.
Non ci credo”
E lo dice con un tono perentorio, tanto che Francesco esplode in una risata (Luca in un sorriso) mentre io guardando la faccia serissima di Daniele che sembra stia affermando un dogma della fede, scoppio nel mio verso della rana (è il mio modo di ridere!).
Elisa è basita, non riesce a credere che noialtri prendiamo così sotto gamba le lucenti certezze della scienza, e se ne sta’ con il naso a mezz’aria (quindi poco più in alto del bordo tavolo, vista la sua statura) cercando la conferma che stiamo scherzando, che non osiamo mettere in dubbio le molecole, i meridiani ed il DNA, quando lo sanno tutti che esistono davvero e lo dice anche la TV.
A questo punto Francesco starnutisce facendo la doccia a Luca che gli sta’ di fronte e si asciuga il naso coi bordi della sciarpa.
“Ma dai, che schifo, ti asciughi con la sciarpa e poi la metti addosso”
“Non avevo voglia di prendere i fazzoletti, dovevo uscire di casa…. Uff.
E poi qui sopra c’è di tutto, vedi quell’angolino lì in fondo?
Lì l’ho usata l’altro giorno per asciugare il vomito dei miei coinquilini l’atro giorno che abbiamo fatto la festa alcolica.”
“Mio Dio”.
Mi ritraggo istintivamente e così fanno gli altri, in preda ai crampi di stomaco a quella vista.
Io per sicurezza mi allontano un po’ con la sedia.
Mentre cerchiamo di riprenderci da questa scoperta, Francesco, orgoglioso del disgusto suscitato dal suo sudiciume, incomincia a raccontare del suo alloggio.
Ci vivono lui ed altri cinque, di cui uno in subaffitto.
Quello in subaffitto è un ragazzo bulgaro che si è presentato da loro senza motivo e Francesco ed i suoi coinquilini hanno deciso di tenerlo in casa, come mascotte.
Su di lui Francesco racconta certe storie strane e contraddittorie, di cui ricordo solo quella secondo la quale una volta, in inverno, Francesco era entrato nel bagno ed aveva trovato “il bulgaro” che mentre si lavava la faccia nel lavandino si riscaldava il deretano con il phon puntato in mezzo alle chiappe con un espressione di piacere indescrivibile e rapita estasi.
L’alloggio l’ho visitato all’inizio dell’anno e vi assicuro che non è stata una bella esperienza.
La luce non entra dalle finestre perché sul balcone, nel corso dei mesi, si sono accumulati una quantità tale di sacchi dell’immondizia da formare una montagna nera alta abbastanza da coprire le finestre in tutta la loro altezza.
Il lavandino è pieno di piatti e padelle unti ed incrostati peggio che nella pubblicità di un qualche detersivo ed ovviamente non li lavano più di una volta alla settimana.
Mi ricordo ancora con quanto orgoglio mi ha mostrato la pentola dalla quale mangiano la fagiolata in tre per non dover lavare i piatti.
Sotto il suo letto ci sono perennemente tre o quattro cartoni della pizza con le formiche che fanno la spola, tutte in fila ordinatamente, in due corsie, una per andare ed una per tornare.
Insomma, non mi stupirebbe se uno di quelli che abitano lì dentro prendesse il colera, la peste bubbonica, la pellagra o la scabbia.
Tra l’igiene inesistente e la dieta costituita esclusivamente da fritti, pizza e fagiolata surgelata non ci sarebbe proprio da stupirsi.
“Avete presente i cinesi che abitano di fianco al mio alloggio e ci vivono in trenta?
Quelli che avevano appeso allo stendipanni sul balcone delle robe secche che sembravano proprio pipistrelli seccati?”
“Si, mi ricordo la storia dei pipistrelli”
“Bene, ci hanno denunciato all’igiene.”
Risate generali.
“No, questo è davvero troppo.
Se siete riusciti a farvi denunciare da quelli che vivono in trenta e si mangiano i pipistrelli, fate davvero troppo schifo!”
“Siete fantastici!
Ma come lo sai che vi hanno denunciato?”
“Oggi sono venuti due poliziotti.
Il bulgaro ha fatto appena tempo a nascondersi nell’ascensore quando li ha visti.
Hanno messo il naso dentro, fatto due domande e poi sono scappati fuori.”
“Come li capisco!”
La mia esclamazione è interrotta dall’arrivo del mio tè e dalle altre ordinazioni.
Approfittando del momento di silenzio tiro fuori dal tascapane la copia di quel mese della rivista ufficiale dell’università ed esordisco esclamando: “Guardate cosa ho qua!”.
Poi lancio uno sguardo interrogativo a Francesco che me lo strappa dalle mani per guardarlo, poi a Luca e a Elisa che sembrano sempre cadere dalle nuvole ed infine a Daniele che mi sta di fronte.
Daniele, dopo avere intinto per bene il suo naso aquilino nel tè che sta bevendo, ed averlo estratto dalla tazza ancora gocciolante, irrompe con una serie di critiche senza fine contro il giornale, anticipandomi.
“Ma l’avete letto l’articolo che paragonava Shopenauer e Leopardi?
Che originalità…
Venti righe di noia pura.
E poi, non parliamo dei trafiletti dedicati alla musica, quattro cavolate messe assieme…
E gli articoli scientifici senza senso?”
Io sono pienamente d’accordo e molto interessato, ma non posso fare a meno da fargli notare quanto sia lunga la sua proboscide che non può neppure bere senza bagnarsene la punta.
Daniele è uno che sa stare agli scherzi, infatti comincia a spiegarmi che quando ha il raffreddore deve usare il lenzuolo e poi che ha un bel naso greco come non se ne fanno più… e così via fino ad arrivare all’argomento chiave, tanto caro agli uomini superdotati di apparato olfattivo, ovvero: “tanto naso, tanto… naso”.
Mentre vengo sommerso da questa serie di argomenti in favore del profilo aquilino ho il tempo di pensare alla questione del giornale dell’università.
Visto che a quanto pare siamo gli unici che abbiamo letto la rivista e siamo dello stesso parere mi infervoro e comincio a borbottare anch’io:
“Ma torniamo all’argomento centrale, ovvero il giornale dell’università.
Praticamente carta straccia.
Hai visto poi tra i collaboratori, saranno più di cinquanta per fare quattro pagine esatte, e non riescono a tirare su niente di decente.”
La polemica è l’unica cosa che sicuramente non manca nella nostra cerchia ed infatti ecco che Francesco incomincia a dare il suo apporto più che altro blaterando nel dialetto incomprensibile della valle Camonica:
“Ci vorrebbe un giornale che facesse dei collegamenti più interessanti, qualcosa di più innovativo,
più psichedelico …
Cazzo, non si possono scrivere articoli come questi e sperare che la gente li legga…”
Così dicendo sbatte il giornale sul tavolino metallico del bar con teatralità.
Nello stesso momento, compiendo il gesto, con altrettanta teatralità si versa il tè bollente sui pantaloni, iniziando una specie di ballo di san Vito da osteria.
Oramai abituati a questo genere di performance non ci facciamo più nemmeno caso, infatti Elisa ne approfitta per appropriarsi del giornale e lasciarlo sbirciare così anche dal Luca.
Sarebbe bello anche sentire il parere di Luca, ma lui non parla mai, preferisce pensare bene alle cose, piuttosto che parlarsi addosso come facciamo noialtri.
E se si vuole sentire la sua voce bisogna fare richiesta con carta da bollo, seguire la procedura ed essere cortesi, altrimenti da quella bocca non esce un fiato.
Una procedura che farebbe parlare anche una statua, stufa di sentirsi pregare a quel modo.
Sarebbe bello anche non sentire Elisa che invece parla troppo e senza niente da dire.
Tra i vari gracidii non meglio identificati mi colpisce la frase: “Ma se avete tanto da lamentarvi perché non la fate voi una rivista?”
Francesco sbuffa rumorosamente.
Effettivamente non si può sperare in tanta buona volontà da parte di uno che dorme sedici ore al giorno e passa il resto della giornata a vegetare.
Allora mi si accende sulla testa la proverbiale lampadina che sta ad indicare che ho avuto un’idea, un’idea che subito vado ad esporre:
“Però, si potrebbe fare!”
Daniele ride, sornione e fa si con la testa
“Dai, scrivete le cavolate che mi dite al bar, così facciamo due articoli a testa ed abbiamo fatto la nostra rivista!”
Confesso che la proposta non è presa con molto entusiasmo.
Tuttavia io sono convinto e non mollo, perché quando mi metto in testa una cosa, difficilmente non la porto a termine.
Poi Elisa comincia a dire qualcosa riguardo alla mia pettinatura “finto spettinato” che in realtà è “vero spettinato” dal momento che non mi pettino dal ’98 ed allora la discussione passa ad altri temi.
Ma, detto tra noi, non ascolto molto dei discorsi che quella voce gracchiante spadella in quantità, mentre Francesco è caduto in evidente catalessi, Luca non si capisce se sta ascoltando o no (tanto non parla comunque) e Daniele finge interessamento, arte nella quale è un maestro.
Intanto continuo a pensare seriamente a questa storia della rivista
Di quella giornata sinceramente non ricordo molto altro.
E mi sono sempre chiesto come fanno gli scrittori, quelli seri, a ricordarsi giornate che accadono magari anni prima e raccontartele per filo e per segno, anche nei particolari e poi spacciarle per vere.
Ma inventano, è chiaro.
Siccome che io invece non ho alcuna voglia di inventare particolari inutili, mi concentrerò subito sull’importante.
Allora, dicevo che stavo pensando con impegno alla realizzazione della nostra rivista.
Mentre che ci penso sempre più seriamente (sono nel mio alloggio ed è ormai sera) mi ritorna il ricordo del periodo più triste che io riesca a ricordare.
Di solito si pensa alle gite scolastiche come qualcosa di molto divertente e piacevole, ed infatti così è di solito, ma quell’anno (parlo della quarta superiore) fu terribile.
Premetto che io soffro il pullman, mi sento schiacciato, mi manca l’aria e le budella mi si attorcigliano peggio di quanto succede ad un gomitolo lasciato alla mercé di un gatto.
Tutto si sopporta, soprattutto se si pensa che dopo verrà il bello.
Ma il bello non arrivò mai, dal momento che dalle otto del mattino fino alle otto di sera, tranne un paio di ore, si era sul pullman e io soffrivo di tutti quei simpatici sintomi descritti sopra, che, assommandosi crearono presto in me una quantità di stress incredibile.
Tra l’altro i miei amici avevano la pessima abitudine di suonare la chitarra per gran parte del viaggio, aumentando con i loro strimpellamenti cacofonici e pure cacaforici la quantità di stress che si andava accumulando sulla mia testa come una nuvolaccia nera che si faceva sempre più grande.
L’albergo dove dovevamo dormire era a dir poco un tugurio, con una finestrella di venti centimetri per venti, dove ovviamente non entravano né aria, né sole.
Il cibo era pessimo, a partire dal pane raffermo della colazione (quando si dice un bel risveglio!) per arrivare agli spaghetti tanto appiccicati che usavamo tagliarli col coltello.
Immaginatevi il mio umore, dopo essere stato sballottato qua e là senza senso, lo stomaco in gola parzialmente vuoto e le orecchie piene dei rumori da autobus.
Arrivo in camera e ho voglia solo di dormire.
Tra l’altro, essendo di questo umore terribile e allo stremo delle forze, circondato da mentecatti del calibro di quelli che mi stavano attorno, assumo senza volerlo un tono da dittatore.
Do ordini urlando e mi faccio obbedire all’istante.
Sono isterico e fuori di me.
Ho i nervi a pezzi e sono teso come la corda di un violino, pronto a spaccare tutto al minimo gesto.
Condivido la camera con due personaggi terribili.
Uno non lo nomino, perché il solo nominarlo porta sfortuna (e chi non ci crede sappia che chi l’ha sfidato si è ritrovato con un braccio rotto a causa delle sue maledizioni), dunque lo chiamerò l’Innominato.
L’altro si chiama Emanuele.
Emanuele è un ragazzo che ama la natura, ma la natura non lo ama.
Basta dargli un’occhiata per accorgersene.
A parte li scherzi (vi assicuro che quella sera non avevo alcuna voglia di scherzare) Emanuele è un bravo ragazzo, peccato sia così imbecille.
Ma torniamo ai fatti.
Mi getto nel letto e così fa anche Emanuele sul suo.
Dopo avermi svegliato tre o quattro volte per vedere se dormivo, mettendo a dura prova la mia pazienza già durissimamente provata, si decide ad addormentarsi anche lui.
E così trascorrono un po’ di ore beate nella braccia mi Morfeo.
L’Innominato, invece, ha la splendida idea di chiudersi in bagno alle quattro di notte a leggere “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino.
Il che non mi interesserebbe nemmeno più di tanto, se non che la luce proveniente dalla stanza non mi lascia dormire.
La tensione è tale che quasi mi schizzano fuori gli occhi dalle orbite.
Mi alzo di scatto e mi accorgo di non avere più il controllo di me stesso, ho solo voglia di distruggere, distruggere, distruggere.
Comincio a prendere a pugni la porta del bagno e ad urlare che se ne esca quell’imbecille che voglio dormire.
Quello dopo un po’ esce e solo grazie all’intervento tempestivo di altri amici sopraggiunti dopo aver udito il baccano infernale si salva da una bella ripassata.
Dopo questo sfogo e dopo aver urlato come un ossesso, mi calmo, anzi crollo di colpo, il che mi fa capire quanto sia grave il mio stato di stress.
Trovandomi in questo stato di prostrazione e mancandomi totalmente le energie per sopportare questo calvario terribile, voglio solo dormire, dormire, dormire.
Siccome che il giorno dopo la sveglia è insolitamente spostata verso le dieci, mi lascio sprofondare nel letto, pregustando un bel sonno ristoratore che magari mi avrebbe guarito da quello stato di esaurimento nervoso da manicomio.
Ma mi aspettava una bella sorpresa.
Infatti, verso le sette mi sveglio e mi accorgo che fa un freddo cane.
Nell’oscurità della stanza vedo il bianco di due occhi a palla, completamente spalancati.
È Emanuele che dorme (o almeno dovrebbe dormire) nel letto di fronte a me.
Vi assicuro che era davvero una visione inquietante, questi due occhi in mezzo al buio, roba da malati di mente.
Appena mi riprendo dall’impressione (non ho la forza di chiedere da quanto è così, sveglio con gli occhi spalancati nel buio o se li ha mai chiusi, anche perché la cosa continua ad inquietarmi) gli ordino di coprirmi con qualcosa, perché sto letteralmente battendo i denti.
Il fiato disegna delle nuvolette nell’aria, dunque dovremmo essere vicino agli zero gradi.
Quello fa finta di non capire, o forse è rimbambito a forza di stare con gli occhi spalancati e senza espressione.
Allora riprendo il mio tono da dittatore e urlo: “Coprimi!”
Emanuele dalla paura scatta giù dal letto, anche perché ha visto cosa sarebbe successo al suo vicino se per un pelo non fossero arrivati gli altri.
Si guarda un po’ intorno, tremando, e poi con un filo di voce mi chiede “Ma con cosa?”
Io mi limito a ripetere l’ordine con ancora più nervosismo (ero davvero del tutto fuori di me) e quasi quasi i nervi tesissimi mi fanno dimenticare il freddo e la stanchezza e mi spingono a saltare addosso al povero Emanuele con istinto omicida.
Ma, non so come, nell’istante che precedette l’azione, mi venne l’idea: “Togli le coperte all’Innominato” urlai.
“Ma… ma” balbettò Emanuele
“Obbedisci!” urlai ancora più forte mentre la testa mi pulsava
“Ma avrà freddo” disse infine, mentre l’Innominato non accennava a svegliarsi mentre veniva spogliato delle sue coperte e rimaneva in canottiera in mezzo al gelo.
“Chi se ne frega” ribatto seccamente, mentre mi faccio mettere sopra le coperte anche il mio giubbotto.
Così, senza essermi alzato dal letto, sono finalmente al caldo e cerco di riaddormentarmi per riprendere quel minimo di equilibrio mentale che mi rendo conto di avere completamente perso.
Degli altri giorni ricordo di avere parlato pochissimo, di essere stato chiuso in un angolo al fondo del pullman rimuginando il mio pessimismo totale ed a coltivare il mio odio verso il genere umano, accudendolo come un fiore raro.
Ad ogni modo l’ultima cosa che contraddistinse questa tragicommedia che per la prima volta mi portò alla gioia di una crisi di nervi fu il viaggio di ritorno.
Devo confessare che di quest’ultima parte i miei ricordi sono fumosi.
Ricordo con precisione, però, che ad un tratto l’autobus fu invaso da un fetore nauseabondo per tutta la sua lunghezza.
La gente comincia a mormorare e i più sboccati (o i più colpiti) cominciano a urlare che si soffoca ed a mostrare tutta la loro disperazione e mancanza di aria con versi gutturali e animaleschi.
Ci trovavamo in un’autostrada ai cui fianchi sorgevano un gran numero di fabbriche, così Giovanni salta su e dice: “No, ragazzi, è chimico, non può essere umano” mettendo enfasi sul fatto che “non poteva essere umano”.
Perché l’odore era davvero terribile e diverso da un qualsiasi odore che un animale può produrre (anche in decomposizione).
Guarda caso, io dal mio angolino ho notato che una ragazza, che chiamerò Bora, come è stata poi soprannominata, si era tolta le scarpe proprio in concomitanza con la comparsa di quel fenomeno atmosferico.
Allora comincio a ridere, di un riso isterico e un po’ folle (ricordatevi le mie condizioni) e non riesco più a fermarmi.
Emanuele e gli altri mi chiedono il perché di quella risata senza fine, e io singhiozzando glie lo spiego.
Così incominciamo a notare che l’apparire della nube tossica (che non può essere umana) coincideva con degli strani movimenti di assestamento del deretano di Bora o dello sfilarsi delle sue scarpe.
Ricordo che scendemmo dall’autobus con le lacrime che ci scendevano dagli occhi per le risate.
E le mie erano risate di disperazione.
Appena finisco di ricordare mi viene in mente che dovevo pensare alla rivista e non perdermi in questi particolari grotteschi.
Ma in mente mi rimane solo il piacevole ricordo di quella tristezza abissale a cui adesso penso con tenerezza come si pensa a qualcosa di sciocco ed ingenuo che non tornerà mai più.
Ma dal punto di vista realizzativo zero.
Dunque vado a dormire con il proposito di cominciare subito l’indomani a lezione a mettere giù i miei articoli.
Entro una settimana i miei articoli sono pronti e li faccio leggere agli altri.
Ovviamente gli altri non erano stati altrettanto volenterosi, ma speravo che con la lettura la prepotente facoltà imitativa si sarebbe messa all’opera e avrebbe scatenato (oddio andiamoci piano) la buona volontà.
A sorpresa in breve tempo Daniele si presenta col suo artico: La morte mediatica e l’illusione della reality-resurrezione, una simpatica vivisezione del fenomeno “reality” ovvero quella carrellata di volti sconosciuti, volti segnati dall’oblio televisivo, che cercavano nel naturale istinto voyeuristico una via per riconquistare quella notorietà che avevano perso irrimediabilmente.
Poi fu la volta del Francesco che propose Il fordismo nei cartoni della Disney dove si fa notare come nei famosi cartoni americani viene sempre un punto un cui i personaggi si mettono a fare il lavoro di catena di montaggio fischiettando allegramente tutti felici alla faccia dello sfruttamento.
Purtroppo ogni bella notizia è accompagnata da una triste novella, come dice un famoso proverbio sulle confezioni di tonno in scatola: in quel periodo infatti Elisa aveva cominciato ad indossare a lezione dei perizoma stile filo interdentale che cercava di mostrare in ogni modo anche con movimenti contorsionistici sui banchi della facoltà.
Coloro che si trovano ad essere spettatori loro malgrado di un tale spettacolo inorridiscono e si può quasi vedere nei loro volti l’orrore di quelle chiappe spelacchiate e bianchicce che si profilano ad ogni “inchino” per raccogliere gomme, biro, quaderni e qualsiasi altro oggetto atto ad essere gettato e poi raccolto.
Cerchiamo di dissuaderla in tutti i modi da un tale abbigliamento ma l’argomento con cui ribatte è “Se guardi vuol dire che sei interessato.”
Lei stessa (cercavamo di sederci a fianco o davanti per evitare lo spettacolo) ci racconta di come nel suo alloggio stessero perseguitando un’inquilina perché di notte ruba la nutella.
Io mi immagino ancora a volte questa ragazza beccata di notte con le mani nel barattolo, sporca fino al mento e con un’espressione tra l’estasi e la paura.
Seguiamo le lezioni di logica e si decidiamo in vista dell’esame di andare nell’alloggio di Elisa per ripassare (o nel mio caso) per studiare.
Ci rechiamo sul luogo e cominciamo a studiare al mattino.
Elisa ci dice che le coinquiline fanno la dieta a zone, cosa che solletica la nostra curiosità.
Le coinquiline sono infatti (lo scopriamo poco dopo) più larghe che alte, come scopriamo che in casa si era dovuto comprare un altro frigorifero alto fino al soffitto perché in uno solo non riuscivano a stipare tutte le loro cibarie (e si era in quattro ragazze).
Durante la giornata non passano dieci minuti senza che una di loro viene in cucina “ragazzi, mi faccio una piada con la mortazza, scusate” “io mi mangio due biscotti” “ per merenda possiamo fare un salame dolce, ci vuole un panetto di burro, zucchero, cacao…” e così di seguito.
Studiamo fino a tardi, tanto che, verso mezzanotte, usciamo per bere una birra al pub al centro.
Poi, da galantuomini, riaccompagniamo le dame al loro alloggio (solo Elisa e una sua coinquilina, quella della nutella, per intenderci, ci avevano seguito).
Saranno state le quattro di notte, quando quest’ultima esclama: “adesso mi mangio un po’ di latte coi biscotti!”.
Al che non sono più riuscito a trattenermi e sono esploso: “Ecco cosa vuol dire dieta a zone: mangiate un po’ in salotto, un po’ in cucina, un po’ in camera da letto e pure un po’ in bagno!!!”.
Ad ogni modo, il progetto della rivista procede (anche meglio di quanto procedono gli esami in questo periodo) e io sono felice.
Torno nel mio alloggio dove al primo piano abita una coppia di coreani che di mestiere fanno i cantanti lirici e che in precedenza avevano abitato quell’alloggio, lasciando come eredità uno strato di unto che rende faticoso girare le manopole dei fornelli, intasa la cappa fumaria e rende in generale tutto appiccicoso in cucina.
Inoltre un certo numero di mobili traballanti, (o, come sostiene il mio coinquilino, resi traballanti perché usati in pratiche sessuali) e una caldaia che non funziona più e che, come ci disse il tecnico quando venne ad aggiustarla, “anche se la spegnete lasciate sempre la finestra un po’ aperta pure d’inverno, altrimenti ci rimettete le penne”.
Come dicevo i coreani fanno i cantanti lirici e ogni pomeriggio, come quel pomeriggio, si esercitano in “o sole mio sta in front a te ecc. ecc.”
In compenso il mio coinquilino che come dice lui è un lupo mannaro all’incontrario, ovvero i peli su tutto il corpo (Emanuele in gita gli pettinava i peli sulla schiena, tanto per dire) gli si ritirano quando c’è la luna piena, ha di nuovo intasato il lavandino (di peli naturaliter).
Malgrado le apparenze è un ragazzo di grande sensibilità.
Ricordo quella volta che, pochi mesi prima, un mio amico si era ubriacato ed aveva vomitato sul pavimento, formando un allegro laghetto.
Io ero a mia volta brillo e non ce la feci a pulire, limitandomi ad addormentarmi, mentre lui dormiva sul divano.
Paolo (così si chiama il mio coinquilino) era fuori e tornò la notte (noi non lo sentimmo, visto che eravamo profondamente addormentati.
Ebbene, non si accorse di niente!!!
Sguazzò allegramente nel vomito, respirò la puzza e il giorno dopo trovammo impronte che andavano in avanti ed indietro dalla sua camera, segno che se ne era andato di nuovo.
Quando gli chiedo se si era accorto della faccenda mi guarda con fare interrogativo.
Ad ogni modo sono in alloggio che penso per caso alla rivista, tormentato dal canto dei coreani, mentre ogni tanto dall’appartamento di sotto vengono bestemmie fantascientifiche e rutti che perforano la barriera del suono, quando Paolo entra in casa con un suo amico.
Un simpaticone che mi dice che lui è “a metà tra la scienza e l’umanismo” e per questo fa economia.
Stabilisco la regola che quando avrò una casa mia chi è al di sotto di una certa soglia di stupidità non potrà entrare (un po’ come le giostre: “se sei alto meno di così non puoi salire”); “ se sei più cretino di così non puoi entrare”.
Ad ogni modo, qualche sera dopo ci riuniamo dal Luca, tranne Francesco, che siccome nevischiava, ci fa sapere tramite SMS: “Non esco. Ho freddo e paura.”.
Luca a sua volta ci stupisce tutti col suo gusto per l’epico; così basso di statura, magrolino e palliduccio è davvero quanto meno nella mia mente si associ a ciò che è guerresco, avventuroso, coraggioso.
E soprattutto mentre ascolta musica che evoca imprese epiche ha un’espressione delirante, che in parte per sua natura cerca di nascondere per pudore, con gli occhi lucidi e i pugni che si muovono a tempo, ondeggiando, come in una marcia; qualcosa di davvero impressionante.
Daniele ci intrattiene sul fatto che lui pensa di essere un supereroe.
Allora attacco a sfotterlo dicendo che può avere il superolfatto con quel naso, ma che razza di superpotere è e a cosa serve?
“E certo” dice lui “serve per catturare il super cattivo che è invisibile però ha una super puzza”.
“Mah”
Lui ha una teoria tutta sua sugli alieni: “Io non vedo l’ora che arrivano le aliene sulla terra.
Ci ho provato con le terrestri ma non me la danno.
Mi rimangono le aliene.
Ma perché non si sbrigano a venire, non ce la faccio più.”.
Io continuo ad istigarli per portare avanti il progetto rivista, ma sorgono problemi insormontabili.
Il finanziamento e la stampa sono cose di cui naturalmente nessuno vuole occuparsi.
Confesso che mi sento frustrato per la mia incapacità di superare questi ostacoli e per la scarsa voglia di farlo che gli altri dimostrano.
Intanto Daniele continua a deliziarci con la storia di quando faceva il boy scout.
“Per il pranzo si usava l’espediente terroristico di mettere insieme tutti i panini dei partecipanti e ognuno pescava a caso il panino che avrebbe dovuto mangiare.
Così io facevo un panino schifoso con una sottiletta e tutte le volte c’era qualcuno che esclamava
-Ma che schifo, chi è che mette il panino con la sottiletta?.-
Solo che una volta mi è capitato a me e mi è toccato mangiarmelo.”
Quella sera stessa si viene a sapere che Francesco è caduto nel culto della birra del bucaniere.
Ovvero che ha inventato, insieme ad altri compagni della sua cricca, un vero e proprio culto di questa birra dallo sgradevole sapore di rum, con dogmi, festività e manifestazioni del sacro.
Qualche giorno più tardi ci racconta delle sue vacanze passate in baita e della perdita del loro Dio (la bottiglia della birra) e di come poi fu fortunosamente ritrovato.
Ricordo che un giorno, mentre lo accompagnavo a casa (abitavamo relativamente vicini), Francesco mi dice : “Il nichilismo è la constatazione che alla fine ogni cosa è un narcotico.
E io credo che sia così.”
Ribattei a questa affermazione che mi sembrava un’assurdità eppure continuai a pensarci.
E il fatto che ci pensassi, nonostante non riuscissi ad accettarla, significava che comunque vi trovavo una parte di verità.
Mi resi conto infine che aveva perfettamente ragione e che io stesso ero in quella prospettiva, senza rendermene conto.
La differenza era che io a questa constatazione aggiungevo la scelta opposta, il rifiuto del narcotico, la scelta del dolore, della sofferenza volontaria in quanto solo quella ti faceva stare sveglio.
Tutta l’umanità mi sembrava addormentata, narcotizzata da mille cose, in una parola morta, incosciente.
Il rifiuto di ogni narcotico invece era doloroso ma teneva svegli, coscienti e la coscienza è l’unico valore, mentre i nichilisti nella loro cecità non ne vedono nessuno.
In questa scelta estrema possono essere riassunti quegli anni che passai alla ricerca perenne di aumentare il mio livello di coscienza, unica via di salvezza.
In quel periodo mi telefonava una volta alla settimana un mio amico di Moncalvo (il mio paese), Andrea e mi raccontava un po’ della sua vita.
Oddio più che di vita si parlava di morte, della nostra morte, del suicidio un po’ in tutte le salse.
Parlavo di come ultimamente mi sentissi Dio nel senso che avevo fatta mia, vivendola anima e corpo la verità dell’idealismo che è l’Io a creare il mondo; cercavo di viverla intensamente in ogni istante, di non farla rimanere semplice constatazione intellettuale ma verità fisica, materiale, palpabile.
Non credo che lui capisse il senso in cui intendevo questo, ma la cosa lo divertiva (i deliri di onnipotenza sono sempre tragicomici).
Lo convinsi tanto bene che mi raccontò di come, avendo litigato con sua madre lui le aveva urlato: “Come ti ho creato così ti distruggo”.
Lei si limitò a tirargli una sedia in testa.
Andrea, nonostante la sua età (aveva 18 anni) era affetto dall’acne e si tormentava molto per questo suo difetto fisico che rendeva la sua faccia già punteggiata da due occhi sporgenti da bue, più simile ad una pizza che ad un volto umano.
Così un giorno si lavò il viso con la candeggina, col solo risultato di diventare completamente viola, mentre le pustole erano ancora lì a sbeffeggiarlo.
Non so se durante le nostre interminabili telefonate mi autoconvincessi più che convincere lui.
Di certo erano per me come per lui un grande sfogo.
Un giorno mi raccontò che la sera prima voleva uscire in macchina per andarsi a schiantare contro un muro, ma i suoi non lo lasciarono uscire perché andava male a scuola.
Lui, su tutte le furie, si mise allora ad urlare: “non mi lasciate nemmeno morire in pace!”.
Oddio, mi sa che sto andando fuori tema!
Devo stare attento o prenderò un’insufficienza!
Riprendiamo dunque il filo dalla matassa confusa della memoria:
Passa il tempo ed infine Francesco e Daniele presentano il secondo articolo.
Quello di Francesco (me lo presenta su un foglietto cartaigienico con macchie di sugo) parla del rapporto tra Affari tuoi, un programma televisivo, e La Fenomenologia dello Spirito di Hegel.
Il legame c’è: il meccanismo del gioco consiste nel fatto che il concorrente abbia a sua disposizione un pacco di cui ignora il contenuto; aprendo gli altri pacchi, per esclusione, il partecipante scopre qual è il contenuto del suo pacco che poi costituisce il suo premio.
Allo stesso modo si comporta lo Spirito secondo il filosofo tedesco, diviene cosciente di sé stesso attraverso un graduale processo di negazione determinata che esclude e supera le parti che in un primo momento aveva posto fuori di se.
È quasi giunto dicembre e gli esami per me vanno un po’ meglio di quanto proceda il progetto oramai fantomatico della rivista, essendo l’impegno dei primi causa dell’abbandono del secondo.
Il collegio universitario in cui alloggia Luca verso la fine di Dicembre organizza un presepe vivente in cui le matricole prendono parte come attori.
Alcuni impersonano il bue, l’asinello, la Madonna, san Giuseppe e i re magi, fino ad arrivare alle pecore che devono stare tutto il tempo a quattro zampe e subire le varie bastonate e alla prostituta (che, scusate la mia ignoranza ma non ho mai capito cosa c’entri col presepe) impersonata da un ragazzo truccato in modo davvero osceno.
Ma il ruolo peggiore lo detiene la stella cometa che deve stare su un albero tutta la mattina (siamo a Dicembre, fa freddo!) senza mangiare ne bere fino alle due del pomeriggio, sbeffeggiato da tutti e bersagliato con proiettili di fortuna.
Per il suo primo anno Luca deve partecipare e lo fa in veste di Gesù bambino, vista la sua bassa statura che gli consente di entrare in qualche modo in una cassetta rappresentante la culla.
Devo dire che non è un ruolo niente male (soprattutto se confrontato a quelli di sopra) e poi con la scusa che porta buona fortuna lo fanno baciare da tutte le ragazze che passano di là con evidente arrossamento delle sue guance, tranne forse una volta che lo volle baciare una vecchia.
Ad ogni modo, svolgendosi tale presepe all’ora del pranzo, a metà tra due lezioni, ne approfitto per cibarmi del salame e del formaggio a fette e soprattutto di abbondante vin brulè che qualcuno non manca di versarmi gentilmente sul giubbotto (in futuro avrei scoperto che era una cerimonia questa inevitabile, che si ripeteva uguale ogni anno).
Ricordo soprattutto che alla lezione dopo vado decisamente brillo e della rivista, dopo i rapidi accenni fatti nel cortile del collegio, me ne sono totalmente dimenticato.
Qualche giorno dopo la rivista è quasi del tutto ultimata, avendo raccolto tutti gli articoli necessari, non manca che fare la copertina, un indice e un’introduzione (le immagini purtroppo erano al di fuori della nostra portata).
Ne parlo all’ennesima “riunione” al bar.
“Si ragazzi, creo il mondo col linguaggio” questo è Daniele, “il linguaggio crea il mondo.
Ad esempio ieri ho detto: adesso trovo 10 euro e li ho trovati per terra”.
“Ma dai” gli faccio io.
“Si, si, ad esempio tu dimmi cosa vuoi e io te lo creo col linguaggio”.
“Allora dai, adesso che arrivo a casa fammi trovare due modelle tutte nude nel letto e due miliardi di euro nel cassetto”
“Aspetta” si mette le mani sulle tempie con fare meditabondo e sforzato come quando ci si sforza di andare di corpo “Ecco fatto. Adesso vai a casa e trovi quello che hai chiesto”.
Io scuoto la testa tra il divertito e il rassegnato e chiedo all’Elisa “E tu cosa chiedi al nostro mago qui?”
“Vorrei dormire tutto il giorno, sai che figata?” squittisce lei
“Ma dai che desiderio schifoso, non posso esaudirlo” risponde Daniele.
“Perché? Perché?”
“Dai basta stai zitta” le dico io e passo a porre la domanda a Francesco “E tu Francesco cosa vorresti?”
“La dignità” fece lui.
Ci fu un istante di silenzio.
Poi Daniele incalza “Va bene che creo il mondo, ma i miracoli non li so mica fare”.
“Visto che crei il mondo col linguaggio vedi di creare una bella copertina per la nostra rivista”.
“Per me va benissimo, ho già in mente l’immagine da usare”.
Così alla fine Daniele sceglie una copertina adeguata per la rivista e io scrivo un’introduzione come si deve.
La rivista la intitoliamo Tabù, perché tratta più che altro di critica di costume e quindi dei pregiudizi, delle isterie collettive e dei tabù atavici che vivono nella società.
Mi ritrovo un giorno ad avere di fronte a me una copia della rivista, stampata ben bene, tutta bella e altera nella sua veste grafica.
Non se ne fece più niente.
L’anno dopo Daniele mi propose di metterla in rete, ma la scarsa competenza telematica impedì la riuscita del progetto e ci accorgemmo che gli articoli stavano già perdendo di attualità.
Di tutto quel periodo mi rimane come un fil rouge il ricordo di questa rivista abortita, dell’entusiasmo che ancora mi animava ( e ci animava), la fiducia nelle idee e nel valore delle cose belle.
Tutte cose che di lì a poco l’università avrebbe dilaniato per lasciare spazio alla rassegnazione.
Così, col tempo il ricordo sbiadisce e diventa racconto, il racconto mito, il mito leggenda e
la leggenda infine diviene un mare di cazzate.
Le cazzate a volte diventano un best seller e fanno guadagnare milioni di dollari.
Ma evidentemente non è questo il caso.
Copyright Bruno Corzino, 2006
Caro Bruno, come puoi vedere questa volta sono riuscito a mandare in rete l'epopea della nostra rivista, chissà, forse è stata la forza della trippa. Spero che il racconto sia stato di vostro gradimento, a noi rimane solo il ricordo
La redazione di Tabù