mercoledì 20 dicembre 2006

L'aumento di conoscenza può nullificare la condizione di malafede?



L'essere umano non è solo l'essere per mezzo del quale compaiono nel mondo della negatività, è anche l'essere che può prendere atteggiamenti negativi nei confronti di se stesso1

Nell'opera L'essere e il nulla Sartre parla di “prendere atteggiamenti negativi nei confronti di se stesso”, questa particolare condizione verrà chiamata da Sartre con il termine malafede. Ma che cos'è esattamente la malafede, quali sono le sue caratteristiche peculiari? Possiamo dire che la malafede è quella condizione in cui gli esseri umani rinunciano alla propria libertà. In questa condizione la libertà è gettata via e la responsabilità è esternalizzata: l'uomo prende atteggiamenti negativi verso se stesso.
Facciamo alcuni esempi chiarificativi. Pensiamo ad una persona che “gioca a fare” l'intellettuale ma al tempo stesso non si sente affatto un intellettuale, oppure possiamo pensare ad una persona anziana che “gioca a fare” il ragazzino. In tutti questi casi siamo in presenza di malafede.
In questa condizione si stabilisce una dicotomia tra “l'essere-per-se” (io non penso di essere un intellettuale) e “l'essere-per-gli-altri” (io gioco a fare l'intellettuale).
In malafede quindi ogni persona, oltre ad essere ciò che è, è anche ciò che non è e che “gioca a fare”.

Io sono nel modo di essere ciò che non sono.2

Nell'esempio della persona che gioca a fare l'intellettuale questa è sia la persona che crede di non essere un intellettuale (ciò che è) e sia la persona che esibisce la sua intellettualità (ciò che non è). Questo “ciò che non è” è l'essere-per-altri, è il ruolo che la persona sceglie di rivestire. Questa adesione ad un ruolo però rappresenta un indebolimento della possibilità di libertà e di scelta dato che nell'interpretare un ruolo obbediamo a pesanti limitazioni esterne. L'intellettuale in malafede infatti deve obbedire ai criteri e ai limiti della intellettualità, per esempio l'abilità oratoria, una vasta conoscenza, un occhio analitico etc...
Abbiamo anche detto che questa interpretazione di ruoli esibisce una dualità tra il nostro essere-per-se e l'essere-per-gli-altri. Noi nella condizione di malafede indossiamo una maschera, interpretiamo un ruolo, “giochiamo a fare”, per dirla semplicemente esibiamo altri se.
Il tema degli altri se è ricorrente nella letteratura italiana del Novecento, basti pensare a Pirandello.
Nella produzione teatrale e letteraria di Luigi Pirandello il concetto di malafede è sostituito da quello analogo di “forma” e di “maschera”. La maschera pirandelliana è la rappresentazione più evidente della condanna dell'individuo a recitare sempre la stessa parte, imposta dall'esterno, sulla base di convenzioni che reggono l'esistenza della massa. I personaggi di Pirandello non esibiscono una galleria di caratteri bensì una pluralità di se, sono personaggi con pluri-personalità. In loro ciò che colpisce il lettore non è la descrizione fisica-caratteriale ma la coesistenza di una molteplicità di vite in un unico corpo.

Io non avevo mai vissuto; non ero mai stato nella vita; in una vita, intendo che potessi riconoscere come mia, da me voluta e sentita come mia. Anche il mio stesso corpo, la mia figura, quale adesso improvvisamente mi appariva mi parve estranea a me.3

Così parla il protagonista della famosa novella pirandelliana La carriola. In questa novella un uomo apparentemente normale prende coscienza della sua “pluralità. Nella sospensione vaga e strana della realtà quotidiana, egli intuisce, che la lontano preme ancora e ha trovato il modo di affacciarsi alla sua coscienza una vita mai nata, che sarebbe potuta essere la sua e comprende che la sua forma attuale è solo una delle molte possibili. L'uomo è sartrianamente in malafede. C'è però una differenza sostanziale tra la condizione di malafede di Sartre e la poetica della forma di Pirandello. Entrambi condividono una frattura duale tra una realtà soggettuale che è la particolare visione che ha il personaggio della realtà, e una realtà oggettuale, esterna, fissa ed immutabile. Per i personaggi di Pirandello non esiste una realtà oggettuale, esiste solo una realtà soggettuale che, a contatto con la realtà degli altri, si disintegra e si frantuma. Ciò avviene per il protagonista del romanzo Uno, nessuno e cento mila, che scopre all'improvviso di non essere più quello che credeva dal momento in cui la moglie gli dice che ha il naso che pende verso destra. Questa frase porterà il protagonista a comprendere che gli altri lo vedono in modo diverso da come lui si era sempre visto. Abbiamo quindi:

1. come la realtà è vista dal personaggio
2. come la realtà esterna si impone al personaggio
3. come il personaggio crede che gli altri vedano la realtà

E' proprio questa triplicità che distingue Pirandello da Sartre. La condizione di malafede sartriana presuppone solamente il punto 1 (realtà soggettuale) e il punto 2 (realtà oggettuale), e quindi una duplicità. In Pirandello la frattura è triplice, il personaggio si rende conto che la realtà non è ne Una (realtà soggettuale), ne Nessuna (realtà oggettuale che in malafede non si da) bensì Centomila.
La nostra perdita di libertà è esibita agli altri che sono ingannati dalla nostra duplicità con la conclusione che sia la nostra dignità che quella degli altri vengono minati. In questi termini sembra che ci sia una correlazione tra la malafede e il concetto marxiano di falsa coscienza. L'effetto della limitazione della libertà da parte della malafede può a sua volta facilitare l'oppressione proveniente dall'esterno e rendere un individuo più vulnerabile ad essere sottomesso. Facciamo un esempio chiarificativo. Pensiamo al caso di un uomo affascinate che sta insieme ad una donna molto ricca. L'uomo sta insieme alla donna solo perché interessato al suo patrimonio, non tiene assolutamente conto dei sentimenti che la donna prova verso di lui. Allo stesso tempo la donna “gioca a fare” la futura moglie di un uomo affascinante: è in malafede. Così abbiamo una donna che rinuncia alla propria responsabilità esponendosi al rischio di essere “sottomessa” da parte dell'uomo affascinante (cattiva coscienza). Le persone in malafede quindi causano danni non solo verso se stessi ma anche verso gli altri perché esibiscono una immagine distorta e ingannevole di loro stessi.
Il tema della malafede si collega anche a quello della privacy. In che senso privacy e malafede sono collegati? Un individuo monitorato è maggiormente esposto al rischio di tradirsi e ad apparire come falso e innaturale e tutto questo ha degli effetti sull'atteggiamento degli altri. Questo genere di autoinganno condivide una cosa con a malafede ossia l'esternalizzazione della responsabilità e della libertà e la diminuzione della dignità. Quando siamo monitorati non ci riconosciamo come agenti liberi, di conseguenza la necessità di non essere monitorati si collega con la necessità di rispettare le persone come agenti liberi.
Ma perché attiviamo la malafede? Perché rinunciare alla propria libertà e responsabilità? Perché il contrario sarebbe intollerabile.

Io non sono in grado di assumere l'essere.4

L'uomo non è in grado di assumere l'essere, non riesce a sopportare l'angoscia e la sofferenza. E' per non essere oppressi dall'ansia e dall'angoscia che le persone rinunciano alla propria libertà mettendosi così in condizione di malafede. L'uomo che “gioca a fare il cameriere” sa bene cosa significa alzarsi presto, servire ai tavoli, avere le ferie etc. Il cameriere sceglie di “giocare a fare” il cameriere perché così la sofferenza e l'angoscia che prova vengono esternalizzati al ruolo che interpreta, liberandolo da un peso troppo opprimente.
La malafede ha quindi una positività, ossia quella di mantenere un grado accettabile di felicità.
Questa incapacità di tollerare l'ansia e angoscia avviene a causa di una mancanza di informazione e di conoscenza.

E' la mancanza di conoscenza che ci porta a guardare le cose come distanti ed oppressive.5

Il cameriere che “gioca a fare” il cameriere non conosce veramente la maggior parte dei concetti e giudizi come il servire ai tavoli, avere le ferie etc. A causa di questa mancanza di informazione il cameriere rinuncia alla propria libertà e responsabilità. Se il cameriere conoscesse i concetti e i giudizi di cui quotidianamente ha a che fare forse non rinuncerebbe così facilmente alla propria libertà.
Possiamo così riassumere: la malafede è quella particolare condizione in cui le persone, aderendo ad un ruolo, rinunciano alla propria libertà e gettano via la responsabilità. Nella condizione di malafede si esibisce un falso-sé che inganna chi ci sta accanto esponendolo/ci al rischio di essere sottomesso/i (falsa coscienza). Privacy e malafede sono collegati: l'autoinganno dell'individuo monitorato condivide con la malafede l'esternalizzazione della libertà e l'eliminazione della responsabilità. La condizione di malafede è attivata per incapacità di sopportare angoscia e sofferenza. Il vedere le cose come opprimenti e angoscianti è dovuto ad una mancanza di conoscenza. Di conseguenza l'aumento della conoscenza può nullificare la condizione di malafede.


NOTE


1 J. P., Sartre, L'etre et le Nèant, Librairie Gallimard, Paris, 1943, trad. it. Di G. Del Bo, a cura di F. Fergnani, L'essere e il Nulla, Net Editore, Milano, 1995, p. 82

2 J. P., Sartre, L'essere e il Nulla, cit., p. 96

3 L., Pirandello, La Carriola, Novelle per un anno, Feltrinelli, Milano, 1966

4 J. P., Sartre, L'essere e il Nulla, cit., p. 97

5 L, Magnani, Conoscenza come dovere, Associated Internetional Academic Publischers, Pavia, 2005, p. 117

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