mercoledì 20 dicembre 2006

La costituzione formativa senza un cammino processuale



L’altro ieri ho trovato in camera un piccolo aggeggio capace di potenziare e tonificare la muscolatura mediante sollecitazioni elettriche. Questo miracolo della scienza si chiama Testmed e ha la capacità, almeno presunta, di far ottenere dei risultati senza l’apporto di fatica. La macchina lavora al tuo posto. Subito incomincio a leggere le istruzioni d’uso (sono uno dei pochi che da seguito a queste cose) e più leggo e più mi accorgo di una cosa: la costituzione formativa passa senza un cammino processuale. L’idea di fondo è che il risultato sia raggiungibile indipendentemente dal percorso, processo, che porta al risultato stesso. Mi spiego. Di solito durante l’iter scolastico tutti gli studenti fantasticano su una cosa. Si sta sdraiati sul letto a leggere la centesima pagina di storia medievale e l’immaginazione corre subito all’idea di poter imparare tutto senza fatica. Un idea sarebbe la fabbricazione di pillole dello studio. Ecco quindi l’ultimo prodotto da farmacia. La pillola rossa per la matematica, quella verde per la storia, quella gialla per l’italiano e via fino a coprire tutti i colori dell’arcobaleno e tutte le materie insegnate. Chi non ci ha mai pensato? Eppure una domanda rimane aperta: “siamo sicuri che il risultato che raggiunge chi studia alla vecchia maniera e chi secondo il metodo della pillola sarà uguale?”
Il modo più semplice per rispondere a questa domanda è porsi un'altra domanda: “Cosa significa studiare?” Si tratta di una domanda non semplice che ci porterebbe inesorabilmente a scontrarci con le più bizzarre quanto stupide teorie pedagogiche e psicologiche. Rimaniamo a un livello più sensato e cerchiamo di sostituire questo problema in questi termini. Se esistesse il teletrasporto e fosse possibile ridurre a zero il tempo di viaggio, cosa rimarrebbe del viaggio? Inoltre, viaggiare a tempo zero e viaggiare secondo un cammino temporale è la stessa cosa? Come si può capire si tratta nella forma della stessa domanda postaci inizialmente. Stavolta però siamo più facilitati. Possiamo infatti domandarci che cos’è il viaggio e tutto senza tirare in ballo teorici o teorie, rimanendo sempre in un livello di sensatezza.
Che cosa significa dunque viaggiare? Il viaggio è il processo, il cammino che ti porta a destinazione. Ciò che conta nel viaggio non è la meta, è il cammino che ha portato a ciò. Il termine viaggio viene dal latino viaticus che sta ad indicare la via. Da qui il senso di alcune espressioni, come “viaggio spirituale”per indicare non il risultato spirituale raggiunto ma il cammino intrapreso dallo spirito.
Si può subito obbiettare che si tratta di un parallelismo azzardato, che alla fine studiare è diverso da viaggiare. Si tratta però di un obbiezione lecita nella forma ma insensata nel contenuto. La vera domanda che bisogna porsi è se la costituzione formativa possa realmente passare senza un cammino processuale. L’esempio del viaggio smentisce chiaramente, ma questo è solo uno dei molti esempio di smentita. Possiamo anche pensare al body building. Nell’attività fisica dell’atleta l’allenamento è costitutivo del suo essere atleta. Se si potesse mettere su massa muscolare senza un cammino di sforzo si otterrebbe soltanto una persona fisicamente ben messa ma senza l’indole dell’atleta, cioè costanza, persistenza, abnegazione etc. L’atleta così “costruito” sarebbe cioè forte nel fisico ma debole nel carattere.
Ma allora perché si è cercato di eliminare il processo? Semplice, per eliminare il dolore, la fatica, con la sola conseguenza di aver costruito un mondo ancora più doloroso. Come disse una volta il mio amico Bruno: “Il dolore senza dolore genera dolore”. Eliminando il dolore si è creato un nuovo tipo di dolore, un dolore più subdolo, che accenna ma rimane nascosto: lo stress.
Perché si è così stressati oggi giorno? Eppure viviamo in un epoca in cui la tecnologia ci ha “liberati” dal “tempo sprecato”, in cui tutto è razionalizzato, particellizzato. Lavoriamo con meno fatica, ci muoviamo con meno fatica grazie ai veicoli motorizzati, studiamo con meno fatica, lo stesso vivere non è più faticoso, da qui la stessa fatica del vivere odierno. L’eliminazione della fatica ha portato ad una nuova forma di fatica.
Ne Il sistema della dottrina morale Johann Gottliebb Fichte scrive:

Che io mi ponga come attivo, non vuol dire affatto, nello stato di coscienza che si deve indagare, che io mi attribuisca un’attività in generale, bensì che io mi attribuisca un’attività determinata, questa appunto e nessun’altra.
Che significa ora un’attività determinata, e come diviene essa tale? Semplicemente per il fatto che ad essa si contrappone una resistenza e si contrappone mediante un’attività ideale, pensata e immaginata come ad essa contrastante. Dove e quando tu scorgi attività, scorgi necessariamente anche una resistenza; poiché altrimenti non scorgeresti alcuna attività.

Che cosa vuol dirci Fichte? Fichte vuole farci capire come l’agire debba passare attraverso un oggetto d’azione che contrasta l’azione stessa. L’attività cioè deve essere esercitata su qualcosa. Dal contrasto di questa “cosa” deriva lo sforzo con cui l’azione oppone se stessa a una resistenza. In parole semplici Fichte costruisce una morale della fatica, un’etica dell’azione in cui il dovere dell’uomo consiste nell’agire e il male, morale, nell’accidia e nella pigrizia.
La società moderna è fichtianamente malvagia perché eliminando il processo ha privato il mondo della sua etica, del suo senso. Lo stress nasce appunto da questa perdita di senso per cui una cosa diventa facile e allo stesso tempo non interessante, noiosa e allo stesso tempo dolorosa . E più cerchiamo di eliminare il dolore e la noia e più questi ricompaiono nella veste di “noia trasgredita”. Diventiamo trasgressivi per essere meno noiosi, per annoiarci meno senza capire però che la stessa trasgressione richiede sempre un “ancora e più ancora” e così oltre alla noia diventiamo succubi dell’oltre, ci addoloriamo. Ma questo dolore domanda un senso. Dove, dove? Questo senso non viene più cercato in noi ma fuori di noi. Ecco la nascita dei test. Dimmi cosa rispondi e ti dirò chi sei, sei la risposta che dai, il tuo senso è fuori di te ed è chiaro. Se prima eravamo monadi, senza porte e ne finestre, ora siamo noi stessi porta e finestre, esterni senza interno.
Non c’è più fatica, non c’è più sforzo, la vita stessa è tremendamente facile, non è più vita. L’unico modo per restituire il senso al mondo è vivere filosoficamente. La filosofia è infatti la via della fatica. Hegel scrisse che l’attività del filosofo consiste nel fare i conti con la fatica del concetto. Da ciò nasce la disperazione dovuta al crollo di ogni certezza. Ciò che appariva chiaro diventa complesso e difficile da comprendere, faticoso. La filosofia non è un atto d’amore, è un atto di vita. La vita è tale solo se la si vive con coscienza, con dolore, con fatica. La vita diventa tale solo se ci si incammina verso di essa, solo grazie al processo.
Spesso ci si domanda: “Qual è il senso della vita?” Ciò che colpisce di questa domanda non è la risposta che si può dare, ma è il motivo per cui la si pone. La domanda sul senso della vita è la domanda degli infelici, di chi vive e non trova il senso di questo; chi è felice di vivere perché mai dovrebbe dubitare della sua felicità? Gode e basta.
Ma questa è anche una domanda retorica. Chi domanda il senso della vita non lo fa cercando una risposta, in cuor suo sa bene che non c’è risposta, che non c’è un senso, lo dice come il disgraziato che chiede se c’è giustizia nel mondo. E’ una domanda tristemente ironica.
L’unica risposta che sono riuscito a dare è questa: non domandiamoci il senso della vita, domandiamoci solamente se una vita senza dolore e fatica possa essere considerata sensata.

2 commenti:

Bruno ha detto...

Bello, bello bello in modo assurdo; il posts intendo.
Metti assieme molte cose e il filo logico è chiaro e chiarificatore.
Sai che a priori sono d’accordo per il fatto che questa è stata la mia conquista (non solo intellettuale ma anche di vita vissuta, carnale) di qualche anno fa.
Mi citi male, ma questo è il prezzo della celebrità (“il dolore senza dolore genera dolore” non ha senso è uno scioglilingua “l’assenza di dolore genera dolore” è la dizione giusta)
Una frase merita di essere citata “Se prima eravamo monadi, senza porte e ne finestre, ora siamo noi stessi porta e finestre, esterni senza interno.”
Penso che hai visto giusto; nella vivisezione superficiale della psicologia c’è l’esempio più peculiare delle persone moderne, senza interiorità (nel senso in cui ne parlava Watts).
Eliminazione della fatica, noia, trasgressione, nessuna interiorità, mancanza di senso.
Nei vari passaggi vedo spiegata non solo l’Elisa ma anche Claudio e il Gigi e mi accorgo di aspetti che ora metto meglio a fuoco (soprattutto la mancanza di interiorità ora mi sembra più palese).
Però nel finale hai fatto un errore madornale: pensare che la domanda sul senso della vita sia da infelici è illuministicamente semplicistico.
Giusto è porsi le ragioni della domanda (bisognerebbe sempre procedere così).
Ma io trovo almeno tre motivi per cui questa domanda viene posta:
Il primo lo hai indicato tu, è l’esclamazione del poveraccio contro la sofferenza che lo attanaglia e che vorrebbe far cessare ad ogni costo.
Il secondo è quello dell’indagatore (filosofo o scienziato), ovvero di colui che gode al risolvere rompicapo.
L’attività di risolvere rompicapo è fonte di piacere; la domanda sul senso della vita in quanto fonte di infiniti rompicapo è quindi fonte di infinito piacere.
Pensa ad Aristotele o a Kunh che giustamente spiegano tutto il pensiero con questo piacere primordiale nel risolvere rompicapo (c’è resistenza! Quindi c’è piacere).
Il terzo è quello di chi è sulla via del risveglio.
Senso significa direzione (senso unico) e sensibilità (i sensi).
Dare un senso alla vita significa darle una direzione, trasformarla in un viaggio, un qualcosa di non solo intellettuale (le Idee regolative della Ragione) ma che cambia il mondo dal di dentro, al livello dell’immediata sensibilità.
Il senso è dato dall’Intelletto che per Plotino è l’Ipostasi più vicina all’Uno perché unifica.
Allo stesso modo chiedersi il senso delle vita è già capire che felicità e dolore sono legati e quindi per uscire dalla gabbia bisogna accettare entrambi, ovvero porsi al di sopra di entrambi.
Agire Fichtianamente è un porsi al di sopra di entrambi.
Da notare che se non ammettiamo questi ultimi due aspetti si cade in contraddizione perché un uomo completamente felice è infelice (vedi l’assenza di dolore genera dolore), quindi arriverebbe anche lui a questa domanda senza essere infelice.
Ma ci giunge in modo diverso.

Bruno ha detto...

Bello, bello bello in modo assurdo; il posts intendo.
Metti assieme molte cose e il filo logico è chiaro e chiarificatore.
Sai che a priori sono d’accordo per il fatto che questa è stata la mia conquista (non solo intellettuale ma anche di vita vissuta, carnale) di qualche anno fa.
Mi citi male, ma questo è il prezzo della celebrità (“il dolore senza dolore genera dolore” non ha senso è uno scioglilingua “l’assenza di dolore genera dolore” è la dizione giusta)
Una frase merita di essere citata “Se prima eravamo monadi, senza porte e ne finestre, ora siamo noi stessi porta e finestre, esterni senza interno.”
Penso che hai visto giusto; nella vivisezione superficiale della psicologia c’è l’esempio più peculiare delle persone moderne, senza interiorità (nel senso in cui ne parlava Watts).
Eliminazione della fatica, noia, trasgressione, nessuna interiorità, mancanza di senso.
Nei vari passaggi vedo spiegata non solo l’Elisa ma anche Claudio e il Gigi e mi accorgo di aspetti che ora metto meglio a fuoco (soprattutto la mancanza di interiorità ora mi sembra più palese).
Però nel finale hai fatto un errore madornale: pensare che la domanda sul senso della vita sia da infelici è illuministicamente semplicistico.
Giusto è porsi le ragioni della domanda (bisognerebbe sempre procedere così).
Ma io trovo almeno tre motivi per cui questa domanda viene posta:
Il primo lo hai indicato tu, è l’esclamazione del poveraccio contro la sofferenza che lo attanaglia e che vorrebbe far cessare ad ogni costo.
Il secondo è quello dell’indagatore (filosofo o scienziato), ovvero di colui che gode al risolvere rompicapo.
L’attività di risolvere rompicapo è fonte di piacere; la domanda sul senso della vita in quanto fonte di infiniti rompicapo è quindi fonte di infinito piacere.
Pensa ad Aristotele o a Kunh che giustamente spiegano tutto il pensiero con questo piacere primordiale nel risolvere rompicapo (c’è resistenza! Quindi c’è piacere).
Il terzo è quello di chi è sulla via del risveglio.
Senso significa direzione (senso unico) e sensibilità (i sensi).
Dare un senso alla vita significa darle una direzione, trasformarla in un viaggio, un qualcosa di non solo intellettuale (le Idee regolative della Ragione) ma che cambia il mondo dal di dentro, al livello dell’immediata sensibilità.
Il senso è dato dall’Intelletto che per Plotino è l’Ipostasi più vicina all’Uno perché unifica.
Allo stesso modo chiedersi il senso delle vita è già capire che felicità e dolore sono legati e quindi per uscire dalla gabbia bisogna accettare entrambi, ovvero porsi al di sopra di entrambi.
Agire Fichtianamente è un porsi al di sopra di entrambi.
Da notare che se non ammettiamo questi ultimi due aspetti si cade in contraddizione perché un uomo completamente felice è infelice (vedi l’assenza di dolore genera dolore), quindi arriverebbe anche lui a questa domanda senza essere infelice.
Ma ci giunge in modo diverso.