
Quattro realtà diverse e apparentemente distanti tra loro si troveranno unite nel filo dell’esistenza tracciata da Inarritu. Storie di dolore, di solitudine e di morte vengono così intrecciate nell’ultimo capolavoro del più espressivo cineasta messicano vivente, Alejandro Gonzalez Inarritu.
Una coppia americana segnata dal dolore della morte del loro figlio, una famiglia marocchina, una badante messicana e una famiglia giapponese, tutti accomunati dal senso tragico del mondo. Inarritu traccia così la sua visione del mondo, cruda, desolante e violenta, fatta di contrasti e di sbagli destinati a stravolgere la stessa vita di un uomo.
E’ la stupidaggine che porterà i due fratelli marocchini a sparare contro il pullman turistico e a ferire quasi mortalmente la giovane americana (interpretata da una strepitosa Cate Blanchet). E’ ancora lo sbaglio che porterà la badante messicana a fidarsi di suo nipote, ubriaco e incosciente. La stupidaggine come motore propulsore di danni irreversibili, piccole cause per grandi effetti (“Non ho fatto una cosa cattiva, ho fatto solo una cosa stupida” come dice la baby-sitter ai due bambini che accudisce). Ma in questo teatrino dell’incoscienza tutti vengono assolti, non esistono assassini, siamo tutti delle vittime, così i due fratelli marocchini così la badante messicana. Agiti e non agenti, passivi e inermi di fronte all’impeto del male che copre tutta la realtà. Non c’è nessuna volontà di ferire, di far male, la sofferenza è ineluttabile in Babel.
La sofferenza è il vero protagonista del film. Una sofferenza tragica, imprevista, senza senso che trascina tutti nel baratro della solitudine perché se è vero che tutti soffrono è anche vero che tutti noi soffriamo in solitudine. In questo senso sono significative almeno due scene del film: la prima inquadra un Brad Pitt, stravolto dall’incidente capitato alla moglie, che chiama a casa per sentire la voce dei suoi figli. La macchina da presa si allontana e l’attore rimane solo, in piedi a piangere appoggiato al telefono a muro. La seconda scena riguarda la ragazza giapponese , nuda e sola cha abbraccia suo padre nella visione di una Tokio notturna che non dorme mai.
Ed è proprio la figura della giapponese che commuove di più. Una ragazza, un’adolescente costretta a fare i conti non solo con i classici problemi adolescenziali ma anche con il proprio handicap, il sordomutismo. Una ragazza mai accettato dai suoi coetanei, sempre in imbarazzo per i propri limiti fisici, sola perché nessuno accetta la diversità. Una ragazza che non chiede altro che essere amata (significatica a questo proposito la scena in cui lei cerca di baciare il suo dentista), che non chiede altro che un contatto, semplicemente per dimenticare di essere diversa, di essere sola, senza scuse.
La sofferenza e la solitudine fanno da elementi unificatori della diversità etnica e geografica dei vari personaggi. Il marocco, gli Stati Uniti, il Messico e il Giappone, quattro paesi distanti tra loro si avvicinano per la stessa esperienza del reale: il dolore e la solitudine. Da qui il significato del titolo, Babel. La torre di Babele è per Inarritu la metafora di una diversità apparente, di distanza vicine. Tutti parliamo lingue diverse ma tutti ci ritroviamo a parlare con le parole della sofferenza. Babel non è un film sull’incomunicabilità del mondo post-moderno, Babel è il film sulla comunicabilità attraverso il linguaggio del dolore. C’è una visione assolutamente universalistica che traspare nel film che non può venir capita se si pensa a questo come un ennesimo prodotto artistico sulla difficoltà di comunicare.
Sofferenza e solitudine in contrasto con la voglia di essere amati e di non essere più soli. Il polo del reale e il polo del desiderato. Due estremi, due contrasti che si scontrano in una lotta manichea. La stessa struttura del film è basata sui contrasti, sia uditivi che visivi. Nel primo caso segnalo solo la scena in cui l’urlo di dolore di Cate Blanchet viene “spezzata” dal silenzio della sordità della ragazza giapponese. Nel secondo caso voglio segnalare il contrasto che gioca la visone di un Marocco puro e desolato associato alla visone di una Tokio frenetica e ipertecnologica.
Ultimo, ma non per importanza, la musica di chiusa scelta da Inarritu, Bibo no Aozora scritta e musicata da Ryuichi Sakamoto. Una canzone strumentale in cui le note del pianoforte scivolano malinconicamente accompagnate dal lamento degli archi, come a voler essere paragone della stessa vita dei personaggi del film.
Un film struggente, malinconico, a tratti deprimente ma allo stesso tempo delicato e speranzoso, sicuramente un film che lascia il segno. Buona visione
Una coppia americana segnata dal dolore della morte del loro figlio, una famiglia marocchina, una badante messicana e una famiglia giapponese, tutti accomunati dal senso tragico del mondo. Inarritu traccia così la sua visione del mondo, cruda, desolante e violenta, fatta di contrasti e di sbagli destinati a stravolgere la stessa vita di un uomo.
E’ la stupidaggine che porterà i due fratelli marocchini a sparare contro il pullman turistico e a ferire quasi mortalmente la giovane americana (interpretata da una strepitosa Cate Blanchet). E’ ancora lo sbaglio che porterà la badante messicana a fidarsi di suo nipote, ubriaco e incosciente. La stupidaggine come motore propulsore di danni irreversibili, piccole cause per grandi effetti (“Non ho fatto una cosa cattiva, ho fatto solo una cosa stupida” come dice la baby-sitter ai due bambini che accudisce). Ma in questo teatrino dell’incoscienza tutti vengono assolti, non esistono assassini, siamo tutti delle vittime, così i due fratelli marocchini così la badante messicana. Agiti e non agenti, passivi e inermi di fronte all’impeto del male che copre tutta la realtà. Non c’è nessuna volontà di ferire, di far male, la sofferenza è ineluttabile in Babel.
La sofferenza è il vero protagonista del film. Una sofferenza tragica, imprevista, senza senso che trascina tutti nel baratro della solitudine perché se è vero che tutti soffrono è anche vero che tutti noi soffriamo in solitudine. In questo senso sono significative almeno due scene del film: la prima inquadra un Brad Pitt, stravolto dall’incidente capitato alla moglie, che chiama a casa per sentire la voce dei suoi figli. La macchina da presa si allontana e l’attore rimane solo, in piedi a piangere appoggiato al telefono a muro. La seconda scena riguarda la ragazza giapponese , nuda e sola cha abbraccia suo padre nella visione di una Tokio notturna che non dorme mai.
Ed è proprio la figura della giapponese che commuove di più. Una ragazza, un’adolescente costretta a fare i conti non solo con i classici problemi adolescenziali ma anche con il proprio handicap, il sordomutismo. Una ragazza mai accettato dai suoi coetanei, sempre in imbarazzo per i propri limiti fisici, sola perché nessuno accetta la diversità. Una ragazza che non chiede altro che essere amata (significatica a questo proposito la scena in cui lei cerca di baciare il suo dentista), che non chiede altro che un contatto, semplicemente per dimenticare di essere diversa, di essere sola, senza scuse.
La sofferenza e la solitudine fanno da elementi unificatori della diversità etnica e geografica dei vari personaggi. Il marocco, gli Stati Uniti, il Messico e il Giappone, quattro paesi distanti tra loro si avvicinano per la stessa esperienza del reale: il dolore e la solitudine. Da qui il significato del titolo, Babel. La torre di Babele è per Inarritu la metafora di una diversità apparente, di distanza vicine. Tutti parliamo lingue diverse ma tutti ci ritroviamo a parlare con le parole della sofferenza. Babel non è un film sull’incomunicabilità del mondo post-moderno, Babel è il film sulla comunicabilità attraverso il linguaggio del dolore. C’è una visione assolutamente universalistica che traspare nel film che non può venir capita se si pensa a questo come un ennesimo prodotto artistico sulla difficoltà di comunicare.
Sofferenza e solitudine in contrasto con la voglia di essere amati e di non essere più soli. Il polo del reale e il polo del desiderato. Due estremi, due contrasti che si scontrano in una lotta manichea. La stessa struttura del film è basata sui contrasti, sia uditivi che visivi. Nel primo caso segnalo solo la scena in cui l’urlo di dolore di Cate Blanchet viene “spezzata” dal silenzio della sordità della ragazza giapponese. Nel secondo caso voglio segnalare il contrasto che gioca la visone di un Marocco puro e desolato associato alla visone di una Tokio frenetica e ipertecnologica.
Ultimo, ma non per importanza, la musica di chiusa scelta da Inarritu, Bibo no Aozora scritta e musicata da Ryuichi Sakamoto. Una canzone strumentale in cui le note del pianoforte scivolano malinconicamente accompagnate dal lamento degli archi, come a voler essere paragone della stessa vita dei personaggi del film.
Un film struggente, malinconico, a tratti deprimente ma allo stesso tempo delicato e speranzoso, sicuramente un film che lascia il segno. Buona visione
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