giovedì 21 dicembre 2006

Considerazioni consequenziali: risposta a Vlad tepes



Mi sento in dovere di chiarificare ulteriormente il significato di alcune mie affermazioni contenute nello scritto “La costituzione formativa senza un cammino processuale”. Il commento lasciato da Vlad Tepes e alcune mie successive meditazioni mi spingono a cadere più nel profondo, toccare l’abisso e collegare i vecchi concetti a dei nuovi concetti. Prima però sarà opportuno rispondere al caro amico Vlad. La mia argomentazione sarà triplice perché triplice è stata la sua obiezione.

La domanda esistenziale non è la soluzione di un rompicapo perché rompicapo non v’è

Vlad afferma che la domanda esistenziale può essere posta per motivi differenti rispetto all’infelicità. Un motivo, dice Vlad, può essere la soluzione del rompicapo. E’ questo il caso dello scienziato che di fronte al mistero della natura cerca spiegazioni scientifiche. L’attività della comunità scientifica può quindi essere considerata come uno sforzo intellettualistico finalizzato alla risoluzione del rompicapo.
“Che senso ha la vita? E’ questo quello che io ricerco”
Tutto questo è corretto nel caso del processo di funzionamento della scienza, il problema però è che la domanda esistenziale non è una domanda scientifica.
La domanda esistenziale non si basa su dati sensibili e soprattutto non può essere verificata empiricamente.
La domanda esistenziale non ha una struttura per cui da X ne deduco Y e quindi concludo Z. Nella domanda esistenziale Z non si trova. La domanda esistenziale non è la soluzione di un rompicapo perché non c’è nessun rompicapo, non c’è nessuna conclusione, nessuna Z. La domanda sul senso della vita è un enigma, una domanda senza risposta, anzi, la cui risposta è contenuta nella sua assenza. E’ costitutiva del senso della vita l’assenza del senso della vita, ma questa assenza non può essere considerata come la soluzione del rompicapo. Il rompicapo non v’è, v’è solo l’enigma.

Il risveglio implica una caduta

La domanda sul senso della vita è anche la domanda del risvegliato e non solo dell’infelice (Vlad). E’ assolutamente vero, ma io non affermo il contrario. Quello che voglio farti capire, caro Vlad, è che il risveglio implica una caduta. Prima di salire in paradiso Dante deve “risvegliarsi” ma per fare questo deve “cadere”, vivere il male, sperimentare il dolore. L’anabasi presuppone la catabasi e la catabasi è dolore. Il risveglio implica una rivoluzione, epistemologica, gnoseologica, religiosa, sociale, esistenziale. Come disse Mao Tse-Tung: “La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia, la rivoluzione è un atto di violenza”.
Il risveglio è un atto di violenza, di dolore. Il risvegliato è sempre un ex-infelice, è sempre qualcuno che è caduto, che ha scavato e che alla fine risorge. Ma per risorgere è necessario essere infelice.
Quando Gesù il Cristo fu messo in croce venne fustigato, colpito al costato da una lancia, insudiciato con una pezza intrisa d’aceto, sassato, sputato e maledetto. Il dolore di Cristo è assoluto.
“Eli, Eli, lama sabachtani? – Signore, signore, perché mi hai abbandonato?”. “Padre, che senso ha questo dolore? Che senso ha vivere se si continua a sanguinare? Qual è il senso della vita?”
La domanda di Cristo è la domanda esistenziale. Questa domanda viene posta da Gesù nel culmine della sua sofferenza. Gesù è un infelice che chiede al Padre il motivo della sua sofferenza.

La domanda esistenziale è una domanda emotiva

Eccoci arrivati alla conclusione. La domanda esistenziale è una domanda emotiva che implica la sofferenza. Non è la meraviglia, non è il piacere intellettualistico di risolvere il rompicapo dei rompicapi, è l’infelicità che muove questa domanda. Questa domanda ci abissa, questa domanda è una caduta, è tenebra che apre alla luce, all’amore.
Nelle Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà umana Schelling parla di Dio distinguendo in lui due momenti, il momento attuale in cui egli perviene all’esistenza, e un momento potenziale, fondamento di questa esistenza. Il fondamento per Schelling è tenebra, collera, inconscio. L’esistenza al contrario è luce, amore, conscio.
Proviamo ora a sostituire il discorso schellinghiano di Dio ad un discorso esistenziale e considerare i due momenti divini come momenti dell’esistenza. Da una parte abbiamo il fondamento dell’esistenza che è tenebra, perché vissuta nella caverna dell’ignoranza, che è collera, perché basata su felicità surrettizie, ed è inconscio, perché ingenua.
Dall’altra parte abbiamo l’esistenza, quella pura. Questa esistenza è luce, perché accecata dalla verità del risveglio, amore, perché basata su una felicità solida, e conscio, perché consapevole di se stessa.
Questi due momenti non sono scissi, come non è scissa la natura di Dio. La luce ha bisogno dell’adombramento e si apre solo in virtù della tenebra.

Dio solo – che è l’esistente medesimo – abita nella pura luce, poiché egli solo è per se stesso. (…) Tuttavia, non sapremmo che cos’altro potrebbe spingere l’uomo con tutte le sue forze verso la luce, più che la coscienza della profonda notte dalla quale egli è stato tratto dall’esistenza.

Quando Vlad dice “felicità e dolore sono legati e quindi per uscire dalla gabbia bisogna accettare entrambi, ovvero porsi al di sopra di entrambi” non sta facendo altro che esplicitare questo mio pensiero. Non stiamo dicendo cose diverse.
Quando Vlad dice “pensare che la domanda sul senso della vita sia da infelici è illuministicamente semplicistico” fraintende il senso puro del mio discorso. Spero che adesso il senso sia stato colto.

1 commento:

Bruno ha detto...

Si, soprattutto riguardo al risveglio hai ragione e posso darne prova per mia esperienza.
Ma non puoi dire che la risposta non c'è, che non è un rompicapo.
Se tu leggi Einstein trovi che è proprio questa domanda il movente di tutto il (suo) lavoro scientifico.
In secondo luogo come mai se non c'è risposta allora sono state date così tante risposte, tanto da essere praticamente infinite?
(anche il cristianesimo è una di queste risposte: il senso della vita è non compiere peccati per andare in paradiso; allo stesso modo lo è il comunismo: il senso della vita è il progresso che alla fine porterà la classe operaia al potere... ecc.).
Se esistono risposte (puoi considerarle tutte vere o tutte false, non fa differenza) vuol dire che c'è un rompicapo.
O perlomeno quello che tu cogli come enigma altre persone lo hanno colto in forma depotenziata come rompicapo e hanno dato una loro soluzione.
Non è una domanda solo emotiva.
Mi fai pensare a Sartre e alla demenzialità degli esistenzialisti.
La scelta come qualcosa di assoluto, solo mio, del tutto aleatorio ed emotivo.
Ma questa è un'assolutizzazione (per carità plausibile se tu la vivi così) ma non è l'unico aspetto in cui la scelta si da.
L'esempio mi sembra chiaro e quindi lascio a te applicarlo alla domanda esistenziale.